Storie vodu

Io, Amebédé Mouleo, ceramista vodu (1)

di Gigi Pezzoli


"Il mio nome è Amebédé Mouleo, sono nata ad Aveve (Togo) verso il 1925-1930". Amebédé Mouleo (foto 1) è forse una delle ultime ceramiste operanti nell'area di Aklakou (2) ancora in grado di realizzare le ceramiche danzen tradizionalmente associate al culto dei vodu delle acque (della laguna e del mare) ed in particolare del vodu Da o Dan, il serpente (3). La sua è una storia da raccontare (4).

Amebédé Mouleo proviene da una famiglia di falegnami e coltivatori, senza alcuna tradizione di ceramisti. All'età di circa 25-30 anni, dopo essersi sposata, ma prima di avere figli, aveva cominciato a produrre vasellame per uso domestico.

L'inizio della produzione di ceramiche rituali è successivo e precisamente risale al periodo in cui era incinta dell'ottavo ed ultimo figlio, all'età di circa 40-45 anni (quindi all'inizio degli anni '70 del secolo scorso). "Quel giorno, mentre andavo nei campi di mio padre a coltivare del mais sono improvvisamente svenuta, ho avuto delle visioni e mi sono ripresa solo dopo qualche ora". Così inizia il racconto di Amebédé Mouleo che continua: "nelle visioni ho visto le immagini dei vodu che da quel momento ho rappresentato nelle terracotte". Senza alcun insegnamento specifico, ma solo per mostrare quello che aveva visto, Amebédé Mouleo diventa così una ceramista vodu. Quindi una circostanza speciale che potrebbe ripetersi per qualcuno dei suoi parenti ma che potrebbe anche non ripetersi affatto. Amebédé Mouleo ha tuttavia un nipote di circa 17 anni, Aduvi Nicolas, che ha recentemente cominciato a riprodurre oggetti come lei, è già un segno premonitore anche se la qualità plastica delle opere del nipote non è la stessa.

Amebédé Mouleo descrive con precisione tutte le fasi della lavorazione. L'argilla viene da un fosso sulla strada di Aveve; un tempo era lei a raccoglierla direttamente ma ora che è vecchia il compito è affidato ai ragazzi. Alla terra viene poi aggiunta un po' di sabbia perché l'impasto tenga e l'oggetto non si fessuri durante la cottura. Tutti i giorni sono buoni per lavorare, ma una volta iniziato non bisogna interrompersi, il lavoro va fatto in sequenza unica, dall'inizio alla fine. Per realizzare una figura complessa ci vogliono anche quattro giorni e quindi alla sera l'oggetto incompiuto deve essere accuratamente avvolto in stracci affinché non secchi. Se gli oggetti sono piccoli un'unica cottura comprende diverse figure, se gli oggetti sono grandi se ne cuociono insieme solo 2 o 3. Il forno è una bacinella metallica sul fondo della quale viene deposto uno strato di scorza di noci di cocco (foto 2), si depongono poi gli oggetti (foto 3) che vengono ricoperti da un abbondante strato di scorza di noci di cocco, infine si accende il fuoco e lo si lascia bruciare per circa quattro ore.

Di norma Amebédé Mouleo non realizza le terracotte su propria iniziativa ma prevalentemente su "commessa". Il meccanismo funziona in questo modo: l'adepto che ha una richiesta o un problema si rivolge al sacerdote vodu e glielo illustra, il sacerdote, a sua volta, si reca da Amebédé Mouleo e le racconta quanto gli è stato riferito, a quel punto occorre attendere che Amebédé Mouleo riceva in sogno le indicazioni del vodu da rappresentare. Questo avviene normalmente entro due o tre giorni e a quel punto è chiaro qual'è il vodu da riprodurre. Qualche volta capita che il problema sia urgente e allora il sacerdote prende immediatamente una figura già pronta, salvo poi attendere che il sogno confermi o meno la scelta.

Le figure prodotte da Amebédé Mouleo non sono dei vodu, lo diventeranno solo dopo che sulle stesse sarà stato compiuto il rito che comprende la raccolta di una serie di erbe e di piante appropriate da posizionare sotto la terracotta ed infine il sacrificio di un animale. Sulle danzen gli animali che possono essere sacrificati sono galline, faraone, al massimo capre, non animali più grandi e importanti.

Negli altari e nell'ambito del culto di Da molti altri vodu possono essere presenti e quindi rappresentati. Per questo la gamma iconografica della produzione di Amebédé Mouleo è assai ampia comprendendo non meno di 20-30 tipologie diverse, tra le quali:

  • - Wedo Da (foto 4)
  • - Adjakpa (foto 5)
  • - Dassa Sakpate (foto 6)
  • - Mami Hohono (foto 7)
  • - Mami Agbadou (foto 8)
  • - Ablo (foto 9)
  • - Mami Wata (foto 10)
  • - Densu Tatono (foto 11)

Da notare che tutti i vodu sono rappresentati sia nella forma maschile sia in quella femminile indipendentemente dal fatto che siano maschi o femmine: così di Mami Wata (la sirena) e del suo cosiddetto sposo Densu Tatono (il personaggio con tre teste) esistono sia la versione femminile, sia quella maschile.

Negli altari di Da tutti i vodu possono coesistere fatti salvi Legba e Mami Lissa che restano fuori.

Amebédé Mouleo realizza quindi anche figure di Legba in terracotta (foto 12); se ne riconosce un esemplare (tra molti in terra cruda) nell'ampio altare all'aperto che si trova sul retro della sua abitazione (foto 13).

E' interessante rilevare che anche i vodu hanno diversi indici di popolarità: le immagini più richieste sono quelle di Densu Tatono, Ablo e Dassa Sakpate.

Esiste infine una graduatoria di importanza al vertice della quale per Amebédé Mouleo è il vodu Dagu, un grande personaggio in piedi che da tempo la nostra ceramista non realizza più in quanto troppo faticoso. Su nostra richiesta farà però un'eccezione e se la salute glielo permetterà ne avremo un esemplare nei prossimi mesi.

Il mio ultimo incontro con Amebédé Mouleo è del 9 agosto 2007. L'ho visitata in un giorno di pioggia e mi ha accolto con la solita straordinaria gentilezza mentre era intenta a realizzare un'immagine di Mami Lissa (foto 14 e 15). La sua abitazione (foto 16) è costituita da due locali contigui: una stanza atelier ed una camera da letto (foto 17). Accanto al letto in un piccolo contenitore, si possono notare le statuette di due venavi. Amebédé Mouleo è infatti una gemella che conserva da sempre l'immagine sua e della sorella da tempo scomparsa.

Amebédé Mouleo è forse una l'ultima rappresentante di una tradizione di ceramisti vodu un tempo operanti nell'area di Aklakou (5), non si considera un'artista ma interpreta il suo lavoro come un "servizio" alla comunità, non è una sacerdotessa ma una semplice adepta di Da anche se contemporaneamente pratica il gorovodu.

A sentir lei nessuno prima di noi si era tanto interessato al suo lavoro e alla sua storia; lo abbiamo fatto con curiosità ed emozione e, senza pretese di particolare scientificità, mettiamo a disposizione questa testimonianza.


Lomé, 2008


Note:
(1) Un approfondito articolo su Amebédé Mouleo, a firma di Alessandra Brivio, è contenuto nel n° 11-15 del periodico del CSAA “Archeologia Africana - Saggi Occasionali”.
(2) Nell’area di Aklakou sono installate popolazioni Évhé, Ouatchi e Guin-Mina (queste ultime originarie dal Ghana). Amedébé Mouleo è Ouatchi.
(3) I culti del serpente sono pratiche tutt’ora ampiamente diffuse nella regione di confine tra il Togo e il Benin. La questione è in realtà piuttosto complessa e articolata. Esistono infatti almeno tre differenti tipologie di culti del serpente. Una prima, che interessa soprattutto popolazioni Ouatchi e Guin-Mina, è legata al mare, alla laguna e ai vodu relativi. Una seconda tipologia, originariamente proveniente Abomey, dove la popolazione è Fon, è invece correlata ai vodu della terra. Differente dai precedenti e con proprie peculiarità è infine il culto del pitone praticato nell’area di Ouidah (Benin) dove le popolazioni sono soprattutto Mina e Pla. A Ouidah, nella piazza principale, esiste da secoli il cosiddetto Tempio dei pitoni (foto 18), un luogo noto e frequentato anche dai turisti che vogliono sperimentare il brivido di decine di serpenti e la possibilità di farsi fotografare con uno al collo (foto 19). Testimonianze del culto del pitone a Ouidah (che nella toponomastica antica era denominata anche Whida, o Juida) sono riportate e raffigurate nelle antiche cronache europee, come nell’incisione (foto 20) tratta da T. Asley, 1747 e in questo stralcio del 1765 tratto da T. Salmon: La deità principale di que’ di Juida, regno considerabile della Guinea, è un serpente. Questi serpenti sono di una specie particolare, che ha il capo grosso e rotondo, gli occhi belli e ben aperti, la lingua corta appuntata a guisa di dardo… Il motivo della straordinaria venerazione, che hanno i negri di Juida per questi animali, deve la sua origine al seguente fatto, da essi riferito. Essendo apparecchiato il loro esercito per dar battaglia a quelli di Ardra, uscì dall’armata de’ nemici un grosso serpente, il quale ricrovrossi presso i medesimi. Esso non solamente non avea nella figura niente di spaventevole, ma dimostrossi così quieto e domestico, che tutti furono stimolati ad accarezzarlo. Il gran sacrificatore se lo prese tra le braccia, e a vista di tal prodigio tutti i negri si misero ginocchioni, e adorarono la nuova deità: quindi correndo addosso ai nemici con straordinario coraggio, ne riportarono una compiuta vittoria; la quale fu tosto attribuita da tutta la nazione alla virtù del serpente. Fu posto il medesimo sopra un tappeto di seta; gli venne fabbricato un tempio, e assegnato un capitale per il suo mantenimento: ond’è che questo nuovo fetico ebbe in breve tempo la preminenza sopra tutte l’antiche deità… Il primo edificio ch’erasi fabbricato per accoglierlo, tosto si riconobbe per troppo ristretto; e perciò fu risolto di fabricarne un nuovo con ampi cortili e spaziosi appartamenti. Stabilirono ancora un sommo pontefice, de’ sacerdoti, e delle sacerdotesse per il suo culto e servigio… Le feste maggiori, celebrate in onore del gran serpente, sono due solenni processioni, che si fanno subito dopo l’incoronazione del sovrano… Sparso appena l’annuncio di questa solennità per le provincie del regno, accorrer suole ne’ contorni della capitale un sì gran numero di popolo, che sarebbe impossibile cosa il passare tra la città e il tempio, se la corte non desse l’ordine che la turba si dividesse sulla pubblica strada in due file. Giova rilevare che in Togo, lungo il fiume Mono, gli altari di Da normalmente non contengono rettili anche se le storie raccolte parlano di visite notturne di serpenti nelle case degli adepti.
(4) Le informazioni e le immagini di questa segnalazione sono state raccolte dallo scrivente in una serie di incontri e di interviste tra il 2001 e il 2007.
(5) Abbiamo raccolto voci, peraltro non verificate, di qualche altra ceramista ancora operante nell’area di Aveve.

Testi e immagini di questa storia sono protetti da diritti di copyright del Centro Studi Archeologia Africana e pertanto non possono essere riprodotti (né in toto né in parte) senza esplicito consenso scritto del Centro Studi Archeologia Africana.


Immagini
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La vera storia del vodu Lossu 

di Mamadou Salissou (1)


In Togo, dalle parti del fiume Mono si racconta che "c'era una volta, vale a dire 100-150 anni fa, un vecchio che abitava in un piccolo villaggio della regione di Aklakou che si chiama Wopou. Il vecchio con la sua famiglia viveva stentatamente del lavoro dei campi senza nessuna religione che gli fosse di conforto. Un giorno, l'infaticabile contadino mentre se ne andava nella brousse per la raccolta scoprì improvvisamente un grosso coccodrillo che dormiva nel suo campo. Il vecchio scosso e terrorizzato dalla vista del rettile vivente gridò aiuto. All'arrivo di altri contadini il vecchio era svenuto per terra e il coccodrillo era scomparso. Il vecchio fu così riportato nella sua capanna in uno stato penoso. Dopo questo avvenimento il contadino sì ammalò di un male inguaribile. Vedendo arrivare la morte il vecchio decise di raccontare quello che aveva visto nel suo campo ad un guaritore. Il guaritore, a sua volta, invitò il grande feticheur del villaggio per la consultazione del dio Afa. E così attraverso Afa il feticheur si rese conto che si trattava di un vodu che voleva nascere presso il vecchio e che solo attraverso l'installazione di questo nuovo vodu e tutte le cerimonie necessarie il contadino avrebbe ritrovato la salute. Infatti quello che era successo al vecchio, la malattia, i cattivi raccolti, la miseria della sua famiglia, erano segni che il vodu aveva lanciato per poter essere riconosciuto ed adorato. L'installazione del vodu ebbe luogo con il contorno di molte cerimonie e del sacrificio di una testa umana in mare. Dopo l'installazione del vodu il vecchio ritrovò rapidamente la salute e divenne contemporaneamente il feticheur di questo nuovo culto, il vodu Lossu. Da quel momento non ci furono più malattie gravi, nessuna morte improvvisa e sempre buoni raccolti. Il vecchio continuò così a fare sacrifici di teste umane tutti gli anni, fino alla fine della sua vita".

Oggi questi sacrifici di teste umane sono stati sostituiti da sacrifici di capre e montoni. Tuttavia, negli altari del vodu Lossu si trovano ancora pali che rappresentano coccodrilli che sostengono con le zampe un testa umana a ricordo dei sacrifici che si facevano una volta. E spesso in questi altari si trovano due figure di coccodrilli maschi che guardano verso l'alto e un coccodrillo femmina che guarda davanti e che sorregge sul capo un vaso di terracotta contenente piccoli sassi del mare o del fiume Mono. Nell'anno 2002, nel periodo in cui facevo da guida ed interprete ai ricercatori del Centro Studi Archeologia Africana che stavano conducendo una ricerca sulle popolazioni Évhé-Ouatchi, ho scoperto a Wopou un altare del vodu Lossu. Wopou è una piccola località situata nella regione meridionale del Togo, nell'area di Aklakou, in prossimità del fiume Mono. In quel momento l'altare era ancora in funzione, ma non avendo con me la macchina fotografica ne avevo fatto solo uno schizzo (foto 1) e avevo raccolto la storia che ho raccontato. Nel 2004, a seguito del decesso del sacerdote del vodu Lossu l'altare di Wopou fu abbandonato e il tetto crollò (foto 2). A quel punto, con il consenso degli abitanti del villaggio, ho raccolto il materiale prima che andasse disperso. Infatti, nella tradizione degli Évhé-Ouatchi i vodu vivono e muoiono con gli uomini e così accade che se un prete vodu muore e nessuno lo sostituisce l'altare viene abbandonato.

L'altare comprendeva (foto 3 e 4):

  • - 3 pali in legno rappresentanti figure antropo-zoomofe con testa di coccodrillo;
  • - 1 vaso di terracotta posato sulla testa della figura femminile contenente alcuni sassi e pietre de tonnerre (cioè le pietre fatte dai fulmini durante le tempeste);
  • - 2 ciotole di terracotta;
  • - 2 bottiglie rituali;
  • - 1 scaccia mosche.

Ho poi saputo che l'altare di Wopou è finito in Italia, a Rimini, nella piccola grotta del "Museo degli Sguardi", dove tutt'ora si trova e dove è diventato una grande attrazione (foto 5 e 6).

Non ho visto la nuova "casa" del vodu Lossu ma mi dicono che stia bene, che quando fa caldo si ricopre di muffa e quando fa freddo la muffa sparisce. Un giorno magari verrò a visitarlo e gli porterò qualche sasso del fiume Mono. Anche se io sono musulmano e non credo troppo a queste vecchie storie, non si sa mai, è sempre meglio rispettare i vodu.


Lomé, 2007


Nota:
(1) Mamadou Salissou è un haussa, vive a Lomé e si occupa di commercio di mobili coloniali e talvolta di oggetti d'arte. Dal 2001 al 2008 ha collaborato con il Centro Studi Archeologia Africana

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